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Chemioipertermia Intraperitoneale
LA CARCINOSI PERITONEALE
La carcinosi peritoneale rappresenta lo stadio evolutivo avanzato di molti tumori che si sviluppano in organi addominali, come colon, ovaio, appendice, stomaco, pancreas e fegato.
In misura minore, può presentarsi come stadio terminale di tumori extra-addominali. È una malattia che raramente presenta casi primitivi (mesoteliomi).

La carcinosi peritoneale è diventata una malattia relativamente frequente a causa dell’incremento dei casi di carcinomi del colon, dell’ovaio e dello stomaco.
Il peritoneo inoltre è, dopo il fegato, il sito di diffusione neoplastica più frequente dopo trattamento curativo di un carcinoma del colon.
COME SI CURA
Per lungo tempo la Carcinosi Peritoneale è stata considerata una patologia non curabile soprattutto con un intervento chirurgico. Il peritoneo non era infatti considerato un organo. Così come il fegato e il polmone, invece, il peritoneo è soggetto a metastatizzazione da parte di molti tumori ed in particolare quelli originati dagli organi contenuti nella cavità addominale. Come qualunque altro organo inoltre, può essere sede di un tumore primitivo, anche se raro, definito Mesotelioma Peritoneale e di altri tumori più rari. L'evoluzione delle tecniche chirurgiche e la disponibilità di presidi terapeutici innovativi in ambito chirurgico ed anestesiologico hanno consentito di applicare un trattamento chirurgico anche al peritoneo. L'approccio più innovativo prevede la combinazione tra la chirurgia citoriduttiva e la chemioipertermia intraperitoneale. Nella terapia giocano quindi un ruolo fondamentale tanto il chirurgo che l’oncologo medico: l’intervento chirurgico (peritonectomia) consente di asportare tutto il tumore o di lasciarne un minimo residuo. È una procedura lunga e complessa che può durare fino a 16 ore e prevede l'asportazione di tutto il peritoneo parietale e di diversi organi addominali: può essere necessario togliere lo stomaco, la milza, parte del colon, il retto, la cistifellea e, nella donna, l'utero e le ovaie. Ciò che resta può essere poi aggredito con la chemioipertermia intraperitoneale, il cui scopo è appunto quello di eliminare eventuali cellule tumorali libere nell’addome.
LA CHEMIOIPERTERMIA INTRAPERITONEALE: Come agisce
La chemioipertermia intraperitoneale si è dimostrata particolarmente efficace perché riesce ad aggirare la c.d. “barriera” Plasmatico-Peritoneale, rappresentata dal tessuto sottomesoteliale e dalla membrana basale dei capillari, che limitano il riassorbimento di alcuni tipi di farmaci. Sembra infatti che alcune molecole abbiano la tendenza a concentrarsi a livello del peritoneo attraversandolo solo gradualmente, ad esempio i farmaci idrofili o ad elevato peso molecolare come la mitomicina C, il cisplatino e la doxorubicina. È stato dimostrato, ad esempio, che il cisplatino mostra una maggiore capacità di penetrazione nel tessuto tumorale se somministrato in condizioni ipertermiche. Inoltre, a 40-42 ° C le cellule neoplastiche diventano più chemiosensibili per l'aumentata concentrazione intracellulare dei farmaci, la maggiore attivazione, specialmente per gli agenti alchilanti,la diminuita capacità di riparo dei danni al DNA. Questi eventi sono più intensi nelle cellule tumorali ovariche cisplatino-resistente che nelle cellule cisplatino-sensibili. La formazione di addotti platino-DNA dopo esposizione al cisplatino è aumentata e la sua rimozione ridotta in condizioni ipertermiche, con un conseguente relativo effetto letale sulle cellule. Analogo comportamento in condizioni di ipertermia è tipico di altri farmaci come la Mitomicina C e la Doxorubicina (per la Doxorubicina solo da 42° C in su).
La chemioipertermia coniuga quindi la possibilità di sfruttare da un lato l'effetto del calore (a temperature di circa 42-43°C) che, oltre possedere di per sé proprietà tumoricide, favorisce l'ingresso nelle cellule di alcuni farmaci e la loro attività antitumorale. Dall'altro, consente di utilizzare i farmaci antitumorali a dosi centinaia di volte (in qualche caso anche mille volte) superiori a quelle utilizzabili quando le stesse sostanze sono somministrate per endovena. Il tutto con una minima incidenza di effetti indesiderati generali.
Per quali tipi di cancro è indicata
Le indicazioni di questa procedura hanno riguardato in prima battuta il mesotelioma e lo pseudomixioma peritoneo, ma gli studi hanno poi dimostrato che si dimostra efficace anche nel trattamento di tumori del colon, dello stomaco e dell'ovaio.
Come si esegue
Si tratta di un vero e proprio “lavaggio” della zona addominale che viene eseguito attraverso l’inserimento di quattro tubi nella parete addominale. Queste quattro cannule sono collegate ad un circuito esterno che funziona come una pompa. Due di queste servono per l'infusione del liquido, rispettivamente nella cavità sottofrenica destra e nella pelvi. Le altre, posizionate rispettivamente nella cavità in sede centro addominale e superficialmente nella pelvi, servono invece per la effusione del liquido. Si tratta di un meccanismo simile a quello dell’ apparecchio per la circolazione extracorporea ma, anziché abbassare la temperatura, essa viene aumentata e portata fino a aumentiamo a 42-43 gradi grazie ad uno scambiatore di calore. Il liquido rimane in circolo nell’organismo per circa un'ora e mezzo, con un flusso di oltre mezzo litro al minuto. Terminata la perfusione intraoperatoria, viene aspirato completamente il liquido in addome. Si procede quindi alla riapertura chirurgica della cavità addominale per una verifica da parte dell’equipe operatoria, allo scopo di eliminare tutti i coaguli di sangue ed i frammenti residui.
Il macchinario necessario per eseguire questa procedura deve essere dotato di un sistema di pompe, un termostato o scambiatore di calore, di un sistema integrato di controllo di temperatura, pressione e flusso, di un sistema di analisi dei dati con visualizzazione in tempo reale dei parametri e loro contestuale registrazione e di un circuito extracorporeo (CEC). Molti centri utilizzano l'apparecchiatura Performer LRT (www.rand-biotech.com - www.performerlrt.com).
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